cosa vuol dire essere SoMMo…

Partiamo dal finale. La valutazione conclusiva nonché introspettiva a margine del corri-corri odierno: chi scrive i testi della mia vita ha per me una particolare simpatia!

Ecco poco fa, una scintilla nel meraviglioso e complesso telaio delle mie vicende  personali,  una di quelle sensazioni che ti fanno accendere qualcosa dentro e che vorresti pertanto risentire continuamente.

Provando a (ri)cercare un’anabasi comparativa con la metodologia ingegneristica di una società perfettamente gestita, dall’altra parte dell’arcobaleno troveremmo non un semplice criterio operativo, ma il criterio: trovare ovunque il pretesto per approfondire e salire di gamma in una sorta di tempio laico della verità rivelatasi ancor prima che rivelata.

Ecco allora che possa esser possibile unire senza confondere ed al contempo distinguere senza separare tracciando la rotta per giungere ad un luogo “sacralizzato”, ove il tempo si è contratto ed è stato sospeso tale da far sì che la diminuzione della memoria non abbia ridotto nè ridurrà l’identità.

Siamo, in poche parole giunti, alla capitale accademica dell’alchimia emozionale: uno spazio metafisico più che vivido quantunque ben visibile sulla mappa del mondo; un luogo dove ti puoi sedere a tavola con i tuoi miti manifestando dioscurità da un lato e dall’altro sprigionando un vortice di energia su un già concreto contesto di forza.

In un simile scenario, è facile scontrarsi di primo acchito con uomini con solo l’odio in faccia, seppur sapiens. Eppure, mi direte, siamo in una città di idee, pensieri avanzati e libertà in tutti i sensi ma c’è un però…

Anzi, forse, più di una discrasia potrebbe palesarsi adesso, ma focalizzandosi per una volta, sull’essenziale più che sul dettaglio iniziamo a tracciare a mano libera il quovadis di giornata, una chiosa che ci riferisce che mito e realtà sono in rotta di collisione molto più sovente di quanto si possa anche solo immaginare.

Eccola quindi l’antropologia del viaggio nell’empatia sinestesica con il suo inconfondibile aroma enigmatico che ti fa trascendere in uno stato pre-orgasmico ed anticipa magicamente il redde rationem, il momento dei titoli di coda dell’ennesimo blog time sofrologico: una capsula di tempo dove la fertilità espressiva e mentale ha raggiunto ancora una volta il suo picco e per chi non ha la fortuna di condividere in prima persona il mio modo di esser e di vivere, non resta che dotarsi di taccuino e lapis, per prenderne nota…

il valore del dettaglio: una telefonata senza prefisso…

“Molti pagherebbero per starsene in panchina!”

Stamattina mi sono svegliato con questa frase in testa, una frase che mi sembrava ricordarmi il finale di un famoso film di cui discorrevo l’altro giorno con il mitico Bodox ed ora voglio diventi solo la riflessione d’ouverture serale che si inserisce a metà tra sport e vita, tra vita e sport o chissà cos’altro…

Correggendo il tiro e spostandolo verso temi sofrologici indirizziamo quindi la trattazione, senza se né ma, verso la capacità (o incapacità…) che ha la società odierna di ergere a capi-popolo gli scansafatiche inetti piuttosto che i validi esaltatori del contenuto, ma del resto, il signor Lapalisse (già scomodato più volte sul blog) avrebbe or ora detto: “Così va il mondo…”

Ecco allora, che spesso ci capiti di osservare situazioni ai limiti (eufemismo, nds) del kafkiano in cui, i capi di cui sopra, iniziano a nastro a mettere cerotti su fori di proiettile avendo la presunzione del “vale tutto” ma purtroppo in una chiave di volta impostata sul negativo, che se stesse ad indicare con la sua accezione una pellicola qualche scorciatoia ce la fornirebbe pure…

Ed invece: non ci sono scorciatoie, cari amici, bisogna camminare prima di correre e la dignità è il miglior paracadute che esista in una simile entropia del retro-pensiero. Un retro-pensiero sconsolato e di grana ruvida che si è focalizzato sul fermo immagine di una battaglia che sta vincendo il male e necessita, come non mai, di un uomo che porti la luce nelle tenebre.

Ecco allora, che il diktat assolutistico del “vale tutto” debba per forza di cose trasformarsi nel “contano tutti o non conta nessuno”

Mi direte, sembra un capolavoro di retorica oppure vista la vicinanza degli impegni elettorali qualche amico impelagato nell’agone della politica potrebbe prenderlo come un sublime assolo da viagra elettorale, ma la sostanza dov’è nonché il famigerato e canonico quovadis?

Forse il primo, se non unico, step risolutivo sta in una mente cangiante che faccia sì che il meglio sia solo un punto di partenza specie allorquando ti sembri che sulle tue spalle si stia accomodando tutta la disarmonia del sociale in un quadro inquietante ed enigmatico dominato da colori intensi della fotografia seppur su uno sfondo livido ed intriso di una profonda e piena angoscia morale, in una sorta di schema avverso delle scatole cinesi, dentro cui si spalanca un abisso di avidità ed inefficienza, a cui anteporre unicamente la matriosca del dettaglio!

Perché ieri, oggi, domani e sempre, i dettagli rendono bella una storia ed esser maniacali nell’arte del dettaglio è la prova dell’esistenza di figli considerati di un Dio minore, magari pur anche illegittimi e di padre orfani, ma degni eredi del regno della super-specializzazione e/o dei mille passi avanti…

Basterà dunque una telefonata?

Forse…ma mi raccomando: che sia senza prefisso…

il quovadis romantico tra realtà ed irrealtà: una questione di stile!

Proviamo stasera a metter sulla griglia qualche pietanza succulenta. Tematiche forse sapide forse insipide ma da leggere attraverso gli occhi dei bimbi che hanno nell’ingenuità la loro carta vincente.

Ecco allora come si possa facilmente dedurre che il mondo, spesso vittima di se stesso, sia invece capace di trarre dalla purezza genuina dei piccoli la forza grande che per induzione porta a soluzione.

Canonico flusso di coscienza oppure delirio d’onnipotenza? Magari tra le due facce della medaglia non vi è soluzione di continuità e la soluzione di cui sopra torna ad imperversare, padrone della scena e delle parole. Ma essendo io, più adatto a scrivere che parlare, provo ora a chiedere supporto alla memoria che spesso mi soccorre ed altresì accarezza i miei teneri sogni.

Lo so mi riterrete definitivamente pazzo adesso, ma qualche illustre conosciuto più dello sconosciuto sottoscritto, anni or sono teorizzò, che fossero solo i folli i veri candidati ai cambiamenti del mondo.

Eh già, i cambiamenti: l’unica vera costante della scienza a cui neppure la sofrologia saprebbe tener testa, in un’atmosfera che in apparenza sembra tutto fuorché rassicurante. Un piano tanto perfido nella sembianza, quanto geniale nella sua strutturazione profonda e sinestetica.

Una sorta di quarto potere dell’anima che riesca magicamente a condensare i modi in cui noi reagiamo ai mutamenti e ci adattiamo alle modificazioni. Poiché seppur sia ossimorico in apparenza è quanto mai reale ragionare sul fatto che gli eventi della vita siano preda dell’irrealtà, in una tavola imbandita in cui definito ed indeterminato siano vicini di sedia con l’armonia giusta.

Eccola l’alchimia che ti permette di fare le cose che non ipotizzavi di saper fare: colei che con una bacchetta magica, spesso impolverata, sceglie in maniera abbacinante le vicende umane da consegnare all’immortalità!

Cose dell’altro mondo? No, direi semplicemente situazioni di vita oscillanti tra l’imperlarsi della fronte e l’inumidirsi delle ciglia…per un quovadis romantico, degno di quelle giornate in cui dreni consigli dalla pioggia, spesso anche solo metaforica e aneli un cielo metafisico che sappia dischiudere i boccioli della tua speranza, come in un film che sappia tenere in ostaggio milioni di sguardi e miliardi di respiri…

a patto che…

come per tutte le nostre scelte, nelle nostre azioni e come in tutta la nostra vita, sia davvero, molto spesso, anzi sempre: una questione di stile!