Mese: novembre 2016

automatismi, automatici ed automi

Perché un luogo della coesione operosa ma serena è divenuto contesto di momenti tristi, sospesi tra depressione e rancore?

Non lo so, ma ciò mi affligge ormai in modo insanabile e da tempo…

Eccola, la riflessione serale che come un colosso meticcio va ad irrompere fra le tracce ed i sentieri della nostra quotidianità.

Purtroppo il mondo è sempre più dominato da automatismi stranianti divenuti automatici nel loro esser incerti e dedalici, ma tali da renderci automi in balia di un brancolare dalla geografia incerta, con o senza navigatori. E più tu cerchi di risalire come fossi un salmone più ti accorgi che attorno a te vi è un irriconoscibile paesaggio fisico ed ancor peggio è lo scoprire, a poco a poco, l’irriconoscibilità del paesaggio sociale e morale.

E come in un gioco di matriosche questo senso di pervasione perversa nell’irriconoscibile è il filo di Arianna del mio viaggio attuale, l’unico vero appiglio in questo girone infernale post-moderno: un monumento alla devastazione, alla distruzione, all’annientamento che con la violenza interiore di un incubo mattutino mi ha colpito inesorabilmente facendomi ora vagare vagheggiando fra la frantumazione e l’implosione.

Ciò che invece è esplosa si chiama furia distruttrice dell’inefficienza che ha visto gli arroganti in prima fila quando fu distribuita, essendo al contempo gli invidiosi momentaneamente al bagno. Peccato che sia gli uni che gli altri fossero invece malati quando veniva assegnata l’umiltà, l’unica assieme a passione e sogni in grado di volare come una farfalla e pungere come un’ape (cammeo al compianto campione Alì, nds).

E allora, quovadis?

Qualcuno ben più dotto di me diceva che la paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio alla sofferenza ma in maniera analoga c’era chi affermò qualche annetto prima che se la paura conduce nell’incertezza, l’esempio trascina e per farci trascinare dobbiamo tenere bene a mente che la paura stessa vada condivisa anziché nascosta. Solo così si può fronteggiare la decomposizione paziente del nostro microcosmo che a mo di una stratificazione geologica ha sedimentato frustrazioni gelide e ferite calde, quasi fossero le radici di un’alterità radicale.

Ma di oggettività ce n’è davvero poca in questa catabasi dalla sistematicità ossessiva, che a passi lenti come quelli di un funerale guarda fisso davanti il raggrinzito infinito: in un batter di ciglia la fortuna è davvero mutata in sciagura per via di pochi dettagli? O sono molti i dettami di questa apocalisse lavorativa sempre più uguale e sempre più diversa che con una vertiginosa accelerazione ha colonizzato gli spazi della vita saturandoli?

Di sicuro il mio stato presente sente lo spettro di ciò che non andrà mai più da nessuna parte e la voglia di reagire se ne sta in fondo, sotto una tettoia cadente, in un angolo cieco con dietro un muro ricoperto di tanti geroglifici indecifrabili.

Ma magari non si tratta di una guerra abbandonata, quanto solo sospesa e questa psoriasi divoratrice del merito subirà la discontinuità dello spazio e del tempo in un connubio fra iperbole e sobrietà che ti farà riappropriare della visionarietà e del pragmatismo parlando basso nell’habitat dell’oggi e volando alto altrove e nel domani

 

il mercato nero dei piedistalli arroganti

Oggi a pranzo un amico mi fa: <<Il possesso di cultura per chi ad essa non sia aduso, genera anticorpi, invidie e quant’altro…attenzione mio caro!>>

Sembra un epitaffio e la cosa grave è che non ci sia un libretto d’istruzioni per fronteggiare un simile scempio messo in opera dal partito di coloro che dicono di capirci. Ma proviamo ad andare anche stavolta oltre cercando di validare in maniera empatica le capacità comunicative…

Come si fa a derubricare quale non importante la tua principale angoscia e fonte di frustrazione emotiva? Tu che osservi ogni giorno una società che premia chi rispetto a Te è esattamente agli antipodi, il tuo opposto geometricamente mercuriale, distante nelle dimensioni, organizzazione, antropologia, sociologia, filosofia…

Per alcuni teorici il quovadis sta nel vendersi al mercato nero dei piedistalli arroganti ma a livello pratico, invece, il trucco potrebbe (forse) essere il lasciare il posto a qualcosa di indefinito ma che percepisci a pelle quanto sia grande. Di contro: una spirale di onnipotenza che si avvita su stessa senza limiti. E tu in un angolo col tuo sguardo in filigrana provi a far si che i tuoi pensieri del momento diventino le ambizioni dell’attimo subitaneamente successivo.

Insomma: la soluzione prima del problema. Una rivoluzione copernicana nel contesto di una socializzazione anti-sociale, ove dentro di te si alterna la grande febbre del fare a bruschi risvegli. L’una dentro gli altri come scatole cinesi, osservabili visivamente seppur in trasparenza, in una sorta di rito propiziatorio scuro, cupo ma potenzialmente imbattibile.

Un equilibrio assurdo nel suo ragionato esser perturbante come il nero di un dente perduto in un sorriso fino a ieri smagliante. Il frutto del lancio di un salame in corridoio direbbe il buon Simone (piccolo cammeo di serata, nds) che appaia come idea balzana benché di nicchia e sappia metter in equilibrio il bricolage con una complessa piattaforma strategica.

Tutti Noi abbiamo avuto un giorno (o anche più) in cui ci siamo sentiti imbattibili, ma magari in altrettante occasioni abbiamo assaporato un semi-fallimento. Quello che farà da spartiacque però sarà l’episodio di vita che ancora si aspetta nell’alternanza fra il verticalizzare e l’orizzontalizzare le tematiche dei nostri precipui vissuti…

Momenti di riflessione assieme alle nostre intelligenze, disseminati in numero tale da far quasi pensare ad una malattia profonda radicata nell’anima prima ancora che nel corpo. Un grumo denso ad altissimo peso specifico che vuole esplodere per cercare di reagire alla crisi. Peccato che la battaglia avvenga lungo un percorso cosparso di porte girevoli che ti sbattono in faccia, a più e più riprese, l’emergenza antropologica dell’oggi: un’apocalisse culturale priva di qualsivoglia moralità.

Ma per Te che ti senti un pelino avanti esiste un’unica anabasi che parte nel momento stesso in cui ti giri indietro e vedi il futuro…un destino segreto, silenzioso e sotto traccia che segna i luoghi e dopo lunghi meandri riporta ad essi alla fine di ogni ciclo, ogni nuovo inizio. E non sarà mai la prossimità geografica la chiave di volta quanto quella tattica che ci permette di sinergizzare i nostri desideri in modo da sublimare gli effetti dell’irraggiungibilità nel positivo e relegare in un angolo il negativo dell’insoddisfazione!