situazionisti dell’emozione

Si potrebbe iniziare con un intercalare di sommiana memoria quale “Che fatica!” oppure subito virare ed entrare a bomba sul tema di serata.
Certo in molti staranno attendendo con suspense una famigerata pagina numero due dei miei destini lavorativi e qui potrebbe esserci un’ulteriore virata.

Ma andiamo per gradi. Senza fretta. Del resto, tutti sanno che il mondo è un libro e chi non viaggia ne legge solo una pagina.
Un viaggio concreto o situazionale ed ipotetico, ma sempre tenendo bene a mente che se tu sai dove fermare il treno tutto corre liscio sennò il rischio di schianto è pressoché un’ovvietà.

Dove eravamo pertanto rimasti?

Si, forse vi stavo raccontando che avevo tagliato ogni ponte con lo spirito, con la garra, nonché mollato definitivamente la causa “persa” del tentare inerme di far riflettere chi si trovava in cabina di regia; non mi restava dunque che suggellare il tutto rompendo ogni legame con la fedeltà a quella complicata rete di entropia: un disordine dominato dalla psoriasi del merito e dell’educazione, ben visibile in coloro i quali si prefissano un salto di qualità mediocre su di un solco di un banale continuismo tra velleità e fronzoli.

No, aspettate ero giunto già a farvi presente che il sordo battito di quegli ingranaggi all’apparenza così ben oliati era in attesa di una riprogrammazione culturale. Ed avevo pure condiviso che contro quella barbarie vedevo spesso le stesse radici, le stesse contraddizioni ma non coglievo la differenza reale, quel latente vitalismo disperato esaltato da marginali emergenti, con un’intelligenza applicata al margine, allo scarto, in cui ogni tappa, ogni segmento del ciclo conteneva un’invenzione.

Occorreva pertanto solo che si palesasse la forza o forse il coraggio o magari entrambe le cose per abbattere quelle retoriche dell’ostilità in una vicenda di distanze apparentemente insolubili e/o di profonda irriconoscenza.
Avevo dinanzi un giano bifronte che rappresentava pur tuttavia un rapporto più di complementarietà che di concorrenza.
Ma codesta ibridazione delle due attività, in bilico tra immaginifico e reale, impigliati fra i frame di furie divoranti mente ed anima mi stava portando a pensare che la paura mi si stesse addicendo.

Ma se è vero che la forza si alimenta col desiderio di vendetta così come è noto che ci voglia coraggio anche per far qualcosa di sbagliato, il connubio parafrastico delle due entità mi ha finalmente condotto da quell’interiore mio demiurgo emozionale capace di irrompere di getto nella quotidiana asfissia contraddistinta dal sipario calato.

Ecco allora che una storia che non sembrava prevedere capolinea (il famigerato treno in corsa, nds) si metta all’improvviso Lei di traverso al grande gioco degli opposti in plateale contrapposizione con l’urgenza della contrarietà portata all’eccesso, in una quasi eterna lotta da samurai tra energie contrastanti.

Il che, andando al quovadis e sottraendoci alla retorica di maniera in cui le bizzarrie della mente amano mescolare segnali eterogenei, equivale a dire che il nuovo inizio di domani è il regalo di quel demiurgo di cui sopra noto ai più per esser un situazionista dell’emozione che pur di conferire un maggior crisma d’ufficialità ad ogni vicenda la respira dall’inizio alla fine, nel bene e nel male, sciogliendo l’enigma del riconoscimento (suo e degli altri) in un’intrinseca operazione d’immaginazione e ravvicinamento.