Mese: luglio 2017

abbracciare il futuro senza tradire il passato

Quovadis?

Per una volta il mio canonico tormentone apre la riflessione di giornata. O per meglio dire degli ultimi giorni.
Giorni aperti da un evento assimilabile allo sventolio del drappo rosso sul muso di un toro. Giorni che stanno scandendo una miriade di fotocopie sbiadite degli antichi originali splendenti.

In campo un ostaggio di un ostentare osteggiato avverso ormai alla sua fisionomia originaria contro il quale avrei potuto, ma non ho voluto, sfoggiare un’estraneità al limite del disprezzo ed invece ho scelto la via di un aggregato dinamico di inquieta ed irregolare energia.

Perché il silenzio è complice!

Certo, sento aleggiare tutta su di me l’inadeguatezza al ruolo di risolutore poiché il bandolo della matassa sembra mi stia legando in un angolo; pur tuttavia mi potrebbe permettere di recuperare il filo e le fila fornendo attraverso la riflessione presente una prima (benché incerta) forma al precedente quieto vivere.

Ed analizziamolo questo passato ma lasciamolo co-protagonista col presente nella speranza che si ravveda il futuro. Un futuro che non può esser visto quale se fosse un trapassato. Chi sta trapassando sono le nostre anime ferite fin nella loro fisicità e richiedenti pertanto, adesso, la parsimonia ai decibel che frastuonano.

Il mio desiderio principale è che vi sia la giusta continuità anche nella discontinuità perché lo richiede la natura. Come può infatti un individuo abituato ad un mondo felpato, garbato, sussurrato distaccarsi totalmente con una presunzione quasi d’onnipotenza al punto da sfociare nell’irrilevanza del contesto?
Si tratta di un infantilismo ex-abrupto delle idee o cosa?
Purtroppo questa fatica nel tollerare i ragionamenti mi sta dilaniando nel fisico e come poco fa sottolineavo sfiorando il tema: l’intimità fisica può non avere “effetti collaterali” sull’animo?
Tutte ed infinite domande retoriche chiuse e sintetiche. Ma come dice il mio amico Andrea non bisogna mai cadere nel facile tranello di serrare idee complesse in formule troppo sincopate: il rischio (ed anzi la certezza) è lo stravolgimento assoluto.

Ed allora proseguendo nell’analisi che mi ha portato in alcuni momenti a preferire degli individui monodimensionali e dalla vita piatta a coloro i quali sono dotati di sfaccettature si potrebbe affermare che la spiegazione migliore allo stallo attuale sia da ricercare nell’odierna società. Un format a volte liquido a volte molecolare ma che comunque vive nell’orizzontalità di decisioni reputate verticali quantunque non salgano mai di gamma. Palese è quindi il peso dell’indecisione negli eccessi sciorinati a volte solo per una vacua curiosità inconscia. Un inconscio che diniega la propria “responsabilità storica” e si lancia nel fumo di fatue battaglie esistenziali e d’opinione, con ahimè l’arrosto del decisionismo che si brucia e ci brucia…

Si fosse anticonformisti di sangue ancor prima che di indole pure pure ma qui si notano solo i tratti incerti e le pennellate scure della paura. Un terrore cosmico di perdere le proprie catene attuali che per quanto miserabili ci rendono si schiavi ma ci appaiono come l’unica entità concreta a nostra disposizione.

Ecco dunque che nel pieno di questa maratona esistenziale io possa unicamente suggerire l’obbligo di farsi rapire da quelle personalità in grado di condurre un bricolage strategico nel nostro esser solitari tra passato, presentismo asfittico e futuro: la solitudine infatti può esser anche dei numeri secondi, i quali tornando alla loro precipua sobrietà non scoppiettante possano di nuovo abbracciare il futuro senza tradire il passato!

aspettare l’alba sulla costa sbagliata

Scegliere non è facile e presuppone tante fondamentali qualità: preparazione, cultura, guizzo, coraggio…
A prima vista potrebbe sembrare però che simili fondamenta siano in realtà semplici da reperire nel mondo iper dei nostri giorni: ipertecnologico, ipersocial, iper…iper…

Ed allora come mai nelle nostre vite spesso, anzi molto spesso, l’inutile riempie il vuoto e ci sembra divenire necessario?
Tale quesito è per caso l’intro promozionale di un corso di lezioni di esistenza impartite da filosofi e psicologi da strapazzo?

Forse.

Ma soprattutto vuole muovere le occasioni verso l’opportunità di una congiuntura in cui riflettere e porsi domande. E del resto, basta poco per farlo: un angolo con un divano a parte tutto per te dove coltivare la tua ecologia lessicale oppure un bosco che ti pervada al massimo fin dove non ci sia più margine.

Un viaggio che purtroppo o per fortuna non consente scorciatoie: tu non sei il tuo lavoro, i tuoi hobbies in cui ti getti e ti affanni per cancellare pezzi che ti appartengono seppur tu non li senta (più) tuoi. Anche i moderni social-networks, spesso e volentieri mezzo di evasione più che di condivisione sociale reale appaiono inermi di fronte alla vera necessità di prendere di tanto in tanto un appuntamento con noi stessi.

E’ vero che nel mondo moderno dell’apparire sfrenato e plastificato il cemento del successo copra sovente le innumerevoli lacune che si trovano sui nostri cammini. Ma occorre non confondere l’entusiasmo con la leggerezza.

C’è chi sposa un uomo o una donna che ha già smesso d’amare prima di cominciare forse perché nella pigrizia della comoda routine ha scorto un ingannevole senso di sicurezza e dominio dato dal contesto più che dal contenuto. Pur tuttavia così facendo ci accorgiamo frequentemente di avere un radioso avvenire nel nostro passato…

Ma allora quovadis?

Non dobbiamo limitarci su strade e binari rigidi e precostituiti. La percezione della vita va a volte e forse più volte anche sconquassata con un lento ma inesorabile lavorio negli interstizi e nelle terre di confine: non è il mezzo ma l’uso che ne facciamo che funge da spartiacque, qualunque esso sia.

E pertanto come contraddirmi se affermo con forza che anche i fiori piangono benché noi tutti crediamo sia la rugiada che al mattino li risveglia dal torpore e gli stenti precedenti. Ma dunque se è vero ciò è pur’anco vero che sia possibile vedere (quasi) risorgere un individuo tratto fuori da una cultura perdente e messo in una liturgia vincente.
Serve soltanto che ci sia un altro individuo, che a tanti piace definire angelo custode, che possa fare la differenza anche semplicemente attraverso un minimo apporto, una sorta di cessione del quinto motivazionale e apotropaica che sappia rastrellare le irripetibili coincidenze che rendono speciali i momenti.

Il resto è un di più che se analizzato troppo in fretta ci potrebbe far ricadere nelle tenebre. Il resto potrebbe non modellarsi mai. Il resto è ciononostante l’anabasi che mette in connessione punti in apparenza sideralmente lontani, tasselli del fittissimo mosaico dei nostri pensieri, a cui non dobbiamo dare per forza un nome e cognome altrimenti ci tornerebbero le paure ed i timori di un’infinita attesa inquieta. Un film, che dopo gli iniziali titoli che inalveano e disciplinano l’effervescenza dell’inizio, sembra con la sua stessa grandezza intimorirci…

Lasciamoci quindi soltanto trarre in salvo da quell’energia, pur essa inquieta ma veramente salda, che il nostro “salvatore” emozionale con una battuta, una frase, un messaggio ha saputo tirar fuori da quel guscio a metà strada tra il nulla chimico e il vuoto torricelliano. Un guscio che ci aveva portati ad aspettare l’alba sulla costa sbagliata mentre ora è giunto il tempo di fissarlo negli occhi e rialzarsi poiché il suo sguardo mantiene molto più di ciò che promette!

l’enfasi del pensiero

E se ci mettessimo a cercare un farmaco contro il degrado culturale?

La riflessione è partita dalla cena di ieri sera ove come sempre Andrea ha pennellato; ho altresì considerato che stasera potrò abbeverarmi alla sorgente contenutistica del Vate.
Ergo, iconografandoli come due veri Capi Naturali o se preferite due leader del ragionamento prezioso (quello da mettere in pratica senza sé e senza ma) sono giunto alla conclusione che grazie al confronto con loro le mie valutazioni siano davvero salite di gamma negli ultimi anni e potrei brevettare il loro apporto come il mio Santo Graal. Una sorta di modello casa-cassaforte non subordinato agli agenti “atmosferici” che piovono su di Noi per via della pochezza che spesso (ahimè) ci attornia.

Ma non è tanto l’ignoranza colei che sto or ora ripudiando quanto l’arroganza di chi è davvero tanto distante dal dare il giusto lustro al pensiero. Una distanza che il più delle volte ancorché tecnica è umana.
Del resto, da che mondo è mondo, gli arroganti aggregano con molta più facilità dissensi, o no?
In un mondo magari ideale la risposta sarebbe senza condizionali affermativa, ma l’odierno sparring partner naturale (forse sarebbe più opportuno il termine innaturale, nds) di quel globo ci pone dinanzi a format e forme tanto differenti da quelle celebrate soltanto pochi lustri or sono e pertanto quovadis?

Lapalissianamente, mettendo a sistema le mie prime considerazioni si potrebbe asserire con una più che buona dose di certezza che sia l’enfasi del pensiero la mia metà serale. Ed infatti il titolo sembra suggerir chiaro ancor prima che parlare…

Ma c’è un però, ovviamente. Anzi forse più che uno.

Di sicuro per il mio sentire, è la cultura che governa e stimola l’espressività ma per qualcuno potrebbe esser solo un banale esercizio fine-a-se-stesso che io conduco per manie di protagonismo.
La verità, come spesso capita, può anche star nel mezzo ma ecco li che di consensi non ne stia aggregando per tornare a qualche riga più su.

E quindi?
Tutto in discussione come sempre sulle mie dissertazioni “folli”?

No. Tutto più sincero ed immediato di quanto non sembri. Cerco di semplificare e tornando alla tematica dei consigli e dei confronti Vi dico con forza che l’ascoltare i consigli di amici come Vate e Volpe o l’esser ascoltato da mie Muse ispiranti alla ricerca di preziosi approdi, mi fornisce la sensazione benefica di essere alla Sistina mentre Michelangelo la dipinge…

E con questa metonimia immaginifica sulla cappella vorrei cullarvi oggi: uno scatto di puro colore che è similare al dire che ognuno di Noi abbia bisogno di angoli di riflessione (ed anche di dissenso) ove poter comodamente coltivare la propria ecologia lessicale a mo’ di radice che riceve l’acqua del sapere dal sentire gli altri e si fortifica drenando energie vitali dal sottosuolo delle proprie emozioni così attivate!

Ecco come il “vero” dissenso (ovverosia inteso nella sua accezione dispregiativa) venga dunque riversato sul popolo dell’arroganza e ci conduca attraverso il più attiguo sinonimo, il distacco, oltre l’ostacolo della superficialità con questa massima finale: mai lasciar sola la nostra intuizione rinunciando a priori alla consultazione poiché ciò può mietere facili vittime in quanto l’audacia scriteriata è stretta parente della supponenza.

Ed il circolo vizioso, scampato, degli arroganti coi dissensi può finalmente ritenersi chiuso!

i singoli istanti

Si incrociano tante persone, anche episodiche, nelle vite, ma non è il tempo a farla da padrone quanto la capacità di capire verità profonde scrutando negli stessi individui in cui ti imbatti o dal connubio tra te e loro.

Il tempo è invece utile a posteriori. Nelle riflessioni e nell’assaporamento emozionale delle pieghe avvistabili lungo la scalata denominata vita. E prendersi, ogni tanto, quei secondi per sé è d’importanza inderogabile.

Si possono gestire tanti (ma non tutti) momenti della vita: si può desiderare, pregare, sperare ma alla fine si tenta la “fortuna” messianica guidati dall’istinto figliato in quegli attimi di riflessione, tra il tuo Io e l’universo che ti ha stimolato.

Spesso scrivere mi aiuta a capire me stesso scavando dentro le mie apparenze!

Ritengo sia come una lente letteraria che focalizza le priorità al di la delle apparenti ed ineludibili contraddizioni. Ma per far davvero bene ciò occorre che ci siano dei facilitatori, degli attivisti emozionali che sappiano sussurrare nel tuo fracasso mentale ottenendo pur tuttavia di trarci in salvo da quel carcere a cielo aperto in cui si cade quando il nostro scalare si costella di piaghe.
Pieghe, piaghe. Comunque vita. Una pianta molto fragile che va innaffiata tutti i giorni.

Ed ognuno di Noi percorrendo vie parallele a quelle degli altri ha l’opportunità di vivificare la propria esperienza e soprattutto di conoscersi, come vi dicevo poco fa.
Ma cosa accomuna le diversità fra individui in termini di passioni, scelte, inclinazioni?
Non banalizzando e continuando ad argomentare eccovi la mia risposta: il viaggio definito vita. Quello che ho iniziato a tinteggiare poche righe or sono. Quello che ci permette quando abbiamo un tempo per Noi di rileggerla e…
magari tra le tinte grigie rivedere scatti maledettamente belli, icone che la seconda volta che le mandi in lettura ti appaiono così diverse dalla prima e divengono stile.

In tale viaggio abbiamo bisogno però di chi ci coadiuvi, di tanto in tanto, nel portare lo zainetto dei pesi della vita. E questo mutuo soccorso sotto traccia può coinvolgere tutti.
Non occorrono lauree e master, non servono galloni e denaro, c’è bisogno solo di…crederci!

Domani ricorrerà una data triste ad una prima lettura, poiché Marietto ancora ci manca molto (e sarà sempre così con personaggi di simile caratura), ma la seconda analisi mediata da chi mi sostiene amichevolmente nelle scorribande perigliose in cima alla parete è che la vita mi ha regalato altri soggetti meravigliosi e stupendamente bravi nel farsi piccoli tragitti col mio zainetto fardellante.

Penso al Vate, un personaggio che Pirandello avrebbe definito molto meglio di me, come un uomo a tratti così mansueti dall’indurre i superficiali al non sapere se potercisi fidare.
E che dire di Andrea. Uomo moderno con la stoffa d’altri tempi (del resto ho l’onore di conoscere il babbo e la genetica è davvero lapalissiana, nds) che definirei come uno studioso della vita, assiso tra l’unico e l’originale e capace di entrare sempre dentro l’idea.
Aurel è invece una sorta di Amleto calmo sopravvissuto a tanti dubbi e tormenti.
Bruno mi insegna da sempre cosa sia l’attimo nell’arte…TANTO!

Dovrei e potrei tediarvi ancora, a dismisura, ma cozzerebbe con l’esser sfuggente dell’attimo…
Ciò che è ineludibile è che Tutti i miei amici di cui sopra, mi hanno affrescato una ricetta quasi magica con un unico ingrediente e colore principe, usare il…TEMPO della vita come modo per lasciar qualcosa ai posteri, il che significa sopravvivere alla morte per sempre (come ha fatto Mario) al di la di dubbi, paure, remore.
E del resto nel mio immaginario di sopravvissuti per alto contenuto ce ne sono…ad esempio anche Willy Vincenzo a cui già ho dedicato dei piccoli cammei (strameritati): in Lui le chiavi di volta furono matematica e geometria, punti particolarmente elevati delle nostre architetture cerebrali.

Ma torniamo coi piedi per terra e proviamo a tracciare, rigorosamente a mano libera, una linea di pensiero che sia la più chiara e spendibile nel quotidiano.
Come ho drenato da papà e mamma, negli anni, è necessario imparare prima di insegnare, capire e sentire l’altro che abbiamo di fronte. E’ come se uno stato d’animo contenuto ma in attesa, si possa improvvisamente svegliare nel momento in cui, personaggi del tenore di cui sopra, si affianchino al rumore silenzioso dei tuoi passi e con un assordante forza luminosa ti concedano di spingere il limite umano oltre i “percorribili” abusi della psiche

Ecco allora che tu nel tuo incedere stanco e con la vista appannata, riesci a fermarti appena e torni in un modo misteriosamente concreto ad esser elegante nelle costruzioni mentali palesando i remoti segni di sofisticatezza percettiva, assopitisi nei meandri del tuo itinerario verso le vette.

Serviva davvero poco ai tuoi tempi, al tuo tempo. Occorreva l’amico trainante i pesi per un attimo su di sé, in modo da renderti di nuovo attento osservatore della realtà e pertanto in grado di ri-leggere il quovadis anabatico: l’epica del ritorno dopo essersi inflitto disgrazie con le proprie smodate scelte. L’epica derivante dalla minuziosa cura de

I singoli istanti nella circolarità del nostro microcosmo di vita