come il sole a mezzanotte

La vita è un pozzo delle meraviglie con dentro di tutto: stracci, brillanti, coltellate.

Così diceva Scerbanenco pochi lustri or sono.

Allontaniamoci pertanto dalla facile miopia del lieto fine a tutti i costi!

Così dirò io oggi sul mio blog o quanto meno, quasi fossi un saltimbanco, proverò a fare…

Voglio dunque tentare di suggestionarvi a tal punto da farvi assaporare l’ultimo fiordaliso delle vostre più profonde aspirazioni. Iniziate quindi ad immaginare di esser di fronte a dei bivi in cui il delegato (alias un proprio sogno) inizi a divergere significativamente dal delegante (ovverosia la cruda realtà) in un’odierna tauromachia ove cerchi di emergere l’allievo riottoso, colui che per durare più a lungo del maestro saggio, si rintani nelle celebrazione iconoclasta dell’ossimoro dei suoi precedenti ideali.

Occorre tuttavia che ora io dia un consiglio ai “naviganti”, scettici per costituzione: so che vi starete chiedendo dove io voglia giungere questo pomeriggio, ma vi chiedo di pazientare lungo la sponda della riflessione impedendo un trasbordo repentino sulla riva del dubbio che diviene equivoco.

Lo so che di primo acchito vorreste un modo aristotelico di spiegare le cose, come è nelle corde di Andrew o del Vate, mentre a me risulta più congeniale un approccio nelle vele del mistero facendomi guidare unicamente da un bastone da rabdomante.

Quante volte siamo stati di fronte ad un coperchio che era meglio non aprire? Quante volte tale apertura ha infranto sogni col pugno duro della realtà?

Domande retoriche a cui non serve dar risposta ma invece serve che i fantasmi del passato non riescano a soffocare le nostri menti geniali (benché quiescenti). Menti che hanno un’anima che allorquando non menta sa discernere l’infelicità dall’anti-felicità. E sa usare un bisturi con la tenerezza degli intimi e più profondi sentimenti in un connubiare cinico quanto appassionato…

Difficilmente una mia elucubrazione fu più quovadis di questa ma al contempo l’odierno quovadis sembra che tardi a venire. Forse perché sto provando a fare un lavoro più da artigiano che da artista. Un’opera minuziosa nel mio laboratorio delle idee, dissotterrando asce fra i meandri della “criminalità” degli insuccessi patiti, dove a turno affiori nel gioco di chiaro-scuri, di positivi e negativi, il tassello più cupo di tutti, oppure quello più disperato nonché egocentrico.

E così facendo scorrono le righe, le parole, i segnali che lo “sceneggiatore” attento del tuo cervello incastona anche nei suoi aspetti più duri e crudi, quasi a voler stringere un patto di sangue con la sofferenza glorificata. Ecco pertanto che a un certo punto spunti una dicotomia: storie che quando le hai vissute si son consumate magari fin troppo rapidamente, altre che non appena le ricordi consumano te…

E quando le immagini del “regista”, che è il tuo cuore, sovrappongono le une alle altre mi sovviene alla mente in modo ineludibile che un’unica manifestazione provochi nel mio interno un moto perpetuo magari poco newtoniano ma tanto “sommico”, tanto strano quanto eclatante, evoluzione ed antitesi del vuoto cosmico pessimista e/o malinconico, insomma una sorta di quiete movimentata che scaturisce dall’incontro-scontro con quelle donne che quando ti ci imbatti provocano una condensazione del Destino che ti cambia la vita come fossero un sole a mezzanotte!

“Ma a te chi te lo fa fare?”

Domanda magari banale ma risposta che vorrei argomentare nella giusta maniera per dimostrare qualora ve ne fosse bisogno come il quesito suddetto poi così banale non sia.

Partiamo da una serie di considerazioni che si ergano nell’odierno palcoscenico serale ad assiomi magari spuri ma fortemente vividi.

Chi mi conosce sa che tendo ad avere bene a mente sia la sofrologia (primo cammeo: e tocca a Te caro Daniele…nds) ma anche e soprattutto un lento, ma al tempo stesso inesorabile, vissuto meccanicista. Sa, inoltre che, faccio dell’ #empatia un must di vita per quel che mi ha sempre dato e (spero) mi continuerà a dare e sa che amo la mia professione. Concetti ovvi, scontati e per l’appunto banali ma…e sì c’è un ma…

Torniamo però agli assiomi del flusso di coscienza serotino e dedichiamoci alle donne nella misura in cui si possa nobilitare ciò che rappresenta a buon bisogno l’alfa e l’omega dell’umanità, un’umanità mai troppo umanizzata per esser vera, o se preferite in maniera ossimorica, finta. Paradossi, innegabili ed ineludibili paradossi dell’odierno componimento ma vividi come gli assiomi citati in apertura, paradossi vitali e viventi. Se celebrassimo stasera il trionfo del paradosso vivido, la mia vita, ma sono sicuro che anche la vita di molti di Voi, sarebbe il giusto palcoscenico e proscenio dell’empatia.

Come sempre la trance agonistica della scrittura si è impossessata della mie mente, delle mie mani e delle mie membra e fermarla (fermarmi) non è più possibile. Possibilismo che nella sfilata degli assiomi rappresenta un limite, un estremo muro alle sconfinate praterie della fantasia, quella fantasia un po’ fanciullesca che Tutti Noi deve sempre pervadere e guidare. È, del resto, ciò che riescono a fare con grande profitto i bimbi o le bimbe, se volessimo virar di nuovo nei lidi delle donne, di cui poche righe or sono. E se volessimo quindi focalizzarci collettivamente sull’individualismo e sull’individuale, dovrei parlare e scrivere di bimba ed il passaggio da monsieur Lapalisse verso la ben nota #bimbavivace sarebbe presto fatto. Scontato quindi anch’esso? Ma allora è giusto che sia assiomizzato anche l’item della “scontatezza” che con profondo ludibrio scoraggia e deturpa ogni giorno le nostre umili esistenze “avvorticando” su piani e mondi paralleli ciò che è dentro di Noi in maniera sì complessa ma (forse) altamente intellegibile. Sta infatti a Noi trovare il grimaldello giusto affinché si possa ricondurre ad un condensato di pathos inebriante anche il più buio e tetro angolo della nostra anima. La chiave di volta che appare molto agognata ma quasi irraggiungibile è l’antitesi dell’archetipo balzellante dei nostri vissuti. Siamo quindi Noi i mostri e gli spettri peggior nemici dei nostri ego e siamo sempre Noi i possibili e direi unici risolutori dell’empasse dei pensieri, dei gesti e delle vite. Vite sospese, attaccate a sepolcri imbiancati inneggianti al superfluo e all’apparenza in modo idolatrico. Ma allora, per darci un taglio e cercare anche stasera il quid del quo vadis, cosa suggerisce il #SoMMo, anzi la vita stessa? E soprattutto cosa hanno in comune empatia, donne e sofrologia?

I più cattivi diranno: la chiosa è sempre in cosa si è fumato/pippato Luigi stasera, ma i più temerari miei “fan” si getteranno a capofitto nella “scontatezza” del paradosso vivido per sorseggiare a poco a poco la soluzione. Un ossimoro che darà loro certezze nella misura in cui la diatesi fanciullesca abbia di nuovo il sopravvento e faccia respirare ai polmoni la vitalità dei tempi andati, l’essenza sublime del #VivilaVida. Perché come dissi pochi scritti fa, le parole non spiegano ciò che dentro senti e ciò non accade raramente ma ahimè/per fortuna (a Voi la scelta, nds) tanto sovente.

E quindi, chiosando: perché ingabbiare in anfratti angoscianti ciò a cui basta un minimo, umile e (forse) banale pertugio per ridare alla #bimbavivace che è in Tutti Noi il suo magico ed inspiegabile sorriso nascosto? Ecco la risposta al domandone iniziale, ecco la vera essenza dei sentimenti che porto ogni giorno dentro e ravvivo allorquando posso trasferirli e trasmetterli a chi mi fa pulsare il cuore. Ecco il mio consueto e pittoresco stream of consciousness che dedico a Te Musa ispiratrice in una giornata caotica e frastornante, tanto banale e canonica quanto innovativa, ma soprattutto, mia e Vostra: ed il secondo cammeo è per Tutti gli incoscienti ed insaziabili pontieri del piedistallo dell’orgogliosa fanciullezza.