automatismi, automatici ed automi

Perché un luogo della coesione operosa ma serena è divenuto contesto di momenti tristi, sospesi tra depressione e rancore?

Non lo so, ma ciò mi affligge ormai in modo insanabile e da tempo…

Eccola, la riflessione serale che come un colosso meticcio va ad irrompere fra le tracce ed i sentieri della nostra quotidianità.

Purtroppo il mondo è sempre più dominato da automatismi stranianti divenuti automatici nel loro esser incerti e dedalici, ma tali da renderci automi in balia di un brancolare dalla geografia incerta, con o senza navigatori. E più tu cerchi di risalire come fossi un salmone più ti accorgi che attorno a te vi è un irriconoscibile paesaggio fisico ed ancor peggio è lo scoprire, a poco a poco, l’irriconoscibilità del paesaggio sociale e morale.

E come in un gioco di matriosche questo senso di pervasione perversa nell’irriconoscibile è il filo di Arianna del mio viaggio attuale, l’unico vero appiglio in questo girone infernale post-moderno: un monumento alla devastazione, alla distruzione, all’annientamento che con la violenza interiore di un incubo mattutino mi ha colpito inesorabilmente facendomi ora vagare vagheggiando fra la frantumazione e l’implosione.

Ciò che invece è esplosa si chiama furia distruttrice dell’inefficienza che ha visto gli arroganti in prima fila quando fu distribuita, essendo al contempo gli invidiosi momentaneamente al bagno. Peccato che sia gli uni che gli altri fossero invece malati quando veniva assegnata l’umiltà, l’unica assieme a passione e sogni in grado di volare come una farfalla e pungere come un’ape (cammeo al compianto campione Alì, nds).

E allora, quovadis?

Qualcuno ben più dotto di me diceva che la paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio alla sofferenza ma in maniera analoga c’era chi affermò qualche annetto prima che se la paura conduce nell’incertezza, l’esempio trascina e per farci trascinare dobbiamo tenere bene a mente che la paura stessa vada condivisa anziché nascosta. Solo così si può fronteggiare la decomposizione paziente del nostro microcosmo che a mo di una stratificazione geologica ha sedimentato frustrazioni gelide e ferite calde, quasi fossero le radici di un’alterità radicale.

Ma di oggettività ce n’è davvero poca in questa catabasi dalla sistematicità ossessiva, che a passi lenti come quelli di un funerale guarda fisso davanti il raggrinzito infinito: in un batter di ciglia la fortuna è davvero mutata in sciagura per via di pochi dettagli? O sono molti i dettami di questa apocalisse lavorativa sempre più uguale e sempre più diversa che con una vertiginosa accelerazione ha colonizzato gli spazi della vita saturandoli?

Di sicuro il mio stato presente sente lo spettro di ciò che non andrà mai più da nessuna parte e la voglia di reagire se ne sta in fondo, sotto una tettoia cadente, in un angolo cieco con dietro un muro ricoperto di tanti geroglifici indecifrabili.

Ma magari non si tratta di una guerra abbandonata, quanto solo sospesa e questa psoriasi divoratrice del merito subirà la discontinuità dello spazio e del tempo in un connubio fra iperbole e sobrietà che ti farà riappropriare della visionarietà e del pragmatismo parlando basso nell’habitat dell’oggi e volando alto altrove e nel domani

 

l’azzardo che profuma di visionarietà: grimaldello di vita…

Oggi vorrei celebrare il mio familiare più caro ma vorrei farlo a modo mio coi contenuti della penna che tanto cari mi sono negli ultimi tempi seppur siano meno frequenti le mie comparse e apparizioni sul blog

Ma stasera la riflessione è d’obbligo facendo capolino dopo le elucubrazioni della sera antecedente, ovvero ieri, durante la quale assaporavo i contenuti della festa del papà saltando di pagina in pagina nel marasma dei social vari…

E pertanto, facciamo un’altra premessa, prima di calarci nella discussione sofrologica serale (ed ecco che in un colpo solo i miei cammei sono multipli, nds): un prologo che con tonalità apotropaiche vuole ridare ad una principessa il sorriso che le vicissitudini di vita negli ultimi tempi gli hanno reso più difficoltoso, eclissando quell’armonia che è degna sposa del suo volto e delle sue fossette magiche.

Ma torniamo a bomba e cerchiamo di capire i perché ed i per come fors’anco. Questione di destino o colpevolezza del fato; fatto sta che un evento naturale (ed oggi lo sappiamo bene…) abbastanza raro da suscitare emozioni e dolci sensazioni (spesso) quale l’eclissi sia l’eclettico apripista per nuovi successi e gioiose espressioni. Un vero e proprio grimaldello che ci spiani la via senza se ne ma al di la del muro dei due attori protagonisti di cui sopra: il destino ed il fato…

Ma proprio attorno a loro due, il mio sito oggi si tinge di sfumature a colori (non grigie…) che nascono da una semplice osservazione e da una susseguente ultra-delucidazione…

Se fossimo in quel di Marques de Pombal sarebbero due termini assolutamente non intercambiabili…forse…

Il fado (italianizzato a fato), per molti tipica fotografia musicale delle terre lusitane, è però a pensarci bene una trasposizione di vicende umane passionali e semmai anche dolorose che ti porta a riflettere su ciò che non hai o su ciò che avevi e non hai più gettandoti nello sconforto cosmico. Ecco lì, allora, che il destino è la tua meta all’interno di un viaggio, che può sì esser a buon bisogno, a tratti conscio ma per lunghi momenti risulta invece inconscio tra le tue debolezze e paure, che reclamano un diritto di riscatto alla tua serenità in maniera subdola e continua.

Forse, per l’appunto, i due termini non sono poi così distanti come accennavo poco prima. Ma dove voglio arrivare? O se preferite, c’è un #quovadis anche stasera?

Of course. Quando noi diamo colpe a destra e manca perché la frustrazione si è impadronita delle nostre forze e pulsioni positive, dovremmo sempre tenere bene a mente la ricetta portoghese e capire che dobbiamo noi e solo noi invertire la tendenza o quanto meno provare a cambiare la rotta.

Ed allora, armiamoci di una preziosa e quanto mai utile carica endorfinica, calibriamo sapientemente col bilancino razionale ed irrazionale, ricerchiamo in continuo, senza irrequietezza ma con un bel pizzico di quell’ingrediente noto come irriverenza, nuovi lidi e terre di conquista, perché non esistono vittorie eterne nella vita: si ricomincia sempre daccapo…

Solo così potremmo riprendere fiducia nei nostri mezzi ri-sentendoci, ognuno di Noi e, ciascuno di Noi a modo suo, l’uomo vitruviano al centro del progetto; quel progetto chiamato vita, ove l’azzardo che profuma di visionarietà è una “droga” naturale troppo preziosa per esser mandata presto e di frequente in pensione