livello di profezia-Orwell

Manco davvero da tantissimo.
Forse perché sono stato ultimamente più riflessivo del solito e nella continua ricerca, che è il vero sale-motore dell’esistenza, ho deciso di aspettare.
Aspettare che i fronti di guerra fossero lontani e l’aria sembrasse non esser più cotanto rarefatta.

D’improvviso mi sono chiesto se non stessi diventando un uomo che sognava sempre più la sostanza delle cose e sempre meno la narrazione.

Troppe menzogne attorno. Troppe recite di una vita che se diventa solo palcoscenico inaridisce tutto. E allora meglio prendere le distanze da tante furberie, respirare, estraniarsi, ragionare per trarre il dado ed ottenere un livello di profezia-Orwell. Una profezia nota da tempo, benché sottaciuta alla propria anima. Un’anima in sospeso, quasi alla resa, ma tuttavia ancora pienamente in partita col Destino, in bilico tra una vita precedente ed una nuova che sarà. Chissà…

Basta dare credito a chi non lo merita. Stop ad eccessi di fiducia fini a se stessi. Game-over per chiunque, volutamente o velatamente provi a sfruttare tanta disponibilità. Poiché adesso è necessario esser onesti ed andare oltre, oltre questo corto circuito mediatico ed emotivo in cui le sere sono spesso troppo uguali. Ti dipingevano forte e forse lo eri sul serio; a ripensarci oggi come in passato mi si strappa un sorriso in grossa parte amarognolo e non più nascosto.

Raccontavo tempo fa in uno dei miei infiniti messaggi vocali (oggi anche Whattsup vi ha trovato rimedio velocizzandoli, nds) che specie in questi lunghi mesi di battaglia contro il covid, ascoltando “Arrival the birds” ed “Interstellar” fluivano le riflessioni su quel senso di solitudine interiore, in parte malinconico o forse anche triste. Attimi infiniti scanditi dai toni musicali in crescendo fino a sentirsi trascinati in una lotta improbabile contro l’aria, inconsistente, vuota, amara, roteando velocemente i pugni come un boxer: scaricando rabbie recondite e sempre più ingestibili. Cazzotti contro il vuoto in fondo, cazzotti contro quella maledetta incapacità di trattenere con sé in maniera duratura serenità e … felicità.

Ho volutamente anteposto la serenità poiché il vecchio saggio che è sempre più in me ha imparato ad amarla molto più che l’idea che abbiamo della felicità. Una sposa eterea, sfuggente e troppo episodica per esser considerabile importante. Così come non si può ritenere importante ricevere risposte già infinitamente note alla nostra esperienza cadendo nella trappola delle attese. Dipendere dalle scelte altrui è sport per temerari.

Non più mio.

Lo avevo già in parte appreso e digerito lustri di blog fa. Oggi però, si torna ad affermarlo con una nuova enfasi di consapevolezza che, con distacco, osserva da un balcone sul mare aperto il lontano riverbero di una luce accecante. Una luce che poteva far male se ti fossi affannato nella ricerca di una celebrità troppo distante per esser vera e troppo costruita per esser seria. Quella stessa luce adesso è divenuta docile e Tu l’hai resa mansueta ragionando sul fatto che Tu sai e sei Tu che ti allontani da chissà quali paturnie inquiline di chi spesso ti chiede supporto ed aiuto ma non vuole davvero che Tu vada ad abitare in mezzo ai propri sorrisi e svaghi…

Ok!

Mi sia concesso stavolta di non recitare allora.
In punta di piedi.
In disparte anche.
E a buon bisogno in modo in grossa parte criptico, ma non a tal punto dal non esser colto:

Eccomi!
Io so e sono anche un po’ stufo di nascondermi facendo il finto tonto. Franchezza e trasparenza mi appartengono e vogliono suggerire la strada, una strada con un ruolo chiaro e mai rinnegato che è giusto che anche altri sappiano, smettendo mille giochi ipocriti.

Come lo vogliamo chiamare?

Opterei per Eroe…

Già.
Eroe perché è qualcosa di più tangibile di una celebrità. L’eroe si distingue per i traguardi raggiunti; la celebrità dall’immagine. L’eroe ha creato se stesso; la celebrità è creata dai media e dalle apparenze. L’eroe è un grande uomo fiero del proprio modo di essere, la celebrità è un grande nome, ma nulla più.

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