rivoli di emozione nel fiume dell’empatia

A volte basta una foto, uno scatto ispirato per eternare un momento. E se tale foto l’avessi immaginata “ieri” l’avrei dipinta con colori di sicuro più spenti perché il reale ancora una volta bussandomi sulla spalla mi ha fatto voltare alla (ri)scoperta di quelle emozioni che sono parte di me e che luccicano di più quando condivise. In ogni inizio si trova, inoltre, un incanto che ci protegge e ci aiuta a vivere meglio.

Un inizio contraddistinto dalla libertà di esser me stesso e non succube di tanti cliché di facciata che sono l’impalcatura delle moderne dittature dell’apparire. Un inizio in cui anche la passione sportiva legata a doppio filo con la mia professione c’era: caso o magia, magia o caso che sia, sono davvero tanti i grazie che vorrei elargire stasera. E per non fare torti a nessuno non procederò per nomi ma per sentieri di rivisitazione emozionale racchiudendo un mondo di sguardi e sorrisi magari in prosa, nel modo che più mi aggrada nelle mie serate solitarie inframmezzate anche da musica e fornelli.

Insomma, un vero e proprio dominio della scena nel territorio dei prodigi, degli incontri speciali, della felicità possibile e della normalità (finalmente) ritrovata anche al di la dei confini meramente retorici.

E quindi impugnando stasera la sintassi come ieri con maestria i calici manteniamoci nel sorriso: abbiamo insieme riversato una serie di rivoli di emozione nel fiume dell’empatia e soprattutto abbiamo capito quanto essi siano in fondo capaci di distruggere ogni argine di indifferenza…

Grazie a Tutti e al prossimo #CardioPneumoTalks

aspettando sorrisi nascosti…

Pochi giorni fa Milano mi faceva “compiere” 13 anni…

Tuttavia, preso dalla mia vita #alwaysON soltanto adesso mi dedico al libero sfogo dei miei “festeggiamenti”. Festeggiamenti atipici come nel mio stile: tutti sanno infatti, specie chi mi segue da anni su questo blog, che il difficile mi piace e l’impossibile mi seduce!

Eccomi dunque qui a sfogarmi in uno dei miei stream of consciousness che avrà però stavolta le credenziali della novità, poiché scoprirete in anteprima un capitolo, una porzione del romanzo che a breve pubblicherò…

Giorni fa un amico (un paziente in realtà, ma che ha apprezzato il mio modo di essere al punto di scalare la vetta dell’amicizia…) mi diceva che ci siano due modi di vivere il quotidiano e facendo mia questa sua poesia ieri trasferivo il tutto nella chiacchierata con una mia collega, junior.

Junior come la speranza. Junior come la voglia di sorridere. Junior come a breve sarà il mio romanzo.

Ognuno di noi ha strade che non ha preso. Ognuno di noi ha rimpianto momenti, luoghi, persone. Nel suo viaggio Camillo, stava cercando cosa, chi e soprattutto perché? Forse, soltanto il suo fidato amico Andrew ne era al corrente. Ma mentre passeggiava sul lungomare di Napoli nella sua testa si affastellavano ricordi che solo quegli occhi di ghiaccio riuscivano a renderci ignoti. Un ambulante gridava quasi a tentare di rompere quella cortina di ferro che teneva uniti i suoi più profondi intenti. Pensieri infuocati che avevano fatto, negli anni, davvero il bello ed il cattivo tempo; stagioni di un'esistenza in cui spesse volte la sua risposta era stata unicamente "vita-privata-spostati".
Catturato d'attenzione da una folata di vento che aveva buttato giù delle lattine di coca disposte a semicerchio, estrasse dal suo blazer, l'immancabile taccuino che "tradiva antiche passioni" (se così si può dire). In quella città aveva camminato molto: sgambettii da bimbo forse nemmeno più nella sua memoria e poi i primi passi da giornalista in continua lotta col mondo. Una lotta circolare con sullo sfondo Maradona. E chi sennò in quella meravigliosa perla della nostra Italia.
Era sempre stato davanti e ne andava, forse soltanto oggi benché a suo modo, fiero. Nonostante i limiti che provava ad imporgli quel padre-padrone, ingombrante, aveva imparato a conoscersi in quella sua cifra stilistica oscillante fra un vittimismo mai soltanto piagnone ed un gigantismo ironico.
Così aveva sempre sbeffeggiato i suoi "nemici"...

#COMINGSOON #SORRISINASCOSTI

borsa da lavoro e carica-batterie

Sgoccioli finali di anno e mi pare giusto ricomparire.
Sono mesi in cui ho centellinato i miei pezzi blog.
Molti sono i motivi ma non mi dilungherò su ciò oggi.

In genere il fine anno è un’occasione ghiotta per fare bilanci: lavoro, vita privata, sogni…

Di sicuro, gli ultimi anni ci hanno un po’ tolto il gusto di cimentarsi in queste psichedeliche attività-di-fine-anno ma una volta fatto partire il mio sottofondo musicale preferito è stato quasi automatico riflettere e tradurre per iscritto i miei pensieri.

Da dove partire? Forse da qualche sogno tramontato per sempre.
Gli ultimi due mesi dell’anno mi hanno finalmente liberato dal (quasi) fardello di rincorrere l’illusione di un non so che creato da me. Chiariamoci, specie negli ultimi tempi, era divenuto un modo per combattere le paure di una vita professionale costellata da difficoltà emergenti, tuttavia era giusto tagliare un certo tipo di cordone ombelicale.
Lo stare davanti mi costringeva a prendere il vento in faccia. Ma è la mia indole, l’indole di chi non si tira mai indietro, l’indole di chi disprezza chi si rintana nel sotterfugio comodo.
Ho vagato quindi per mesi, da solo, alla ricerca di attimi di serenità che potessero allontanare dalla mia mente il malcontento di ciò che mi attorniava e sentivo tanto distante.
Il gioco che più mi ristorava era racchiuso nella mia vita social, piena di sorrisi taumaturgici e appaganti: surrogati che come Tutti andavo a ricercare qua e la come un rabdomante reietto che si gettava spesso nei messaggi vocali, prima lunghissimi e poi via via più contenuti oppure dava sfogo alle sue emozionalità più profonde attraverso fornelli e… “pastelli”.

Tante ferite via via riaffioravano ma mai ho pensato fossero da allontanare. Parallelamente andavano e venivano momenti e soprattutto persone inspiegabili capaci di passare dall’onnipresenza al ghosting più profondo senza passare dal via.
Fenomeni sociali più che social di un mondo ormai avariato per quel concerne i miei gusti.
Ma tutto serve e soprattutto panta rei!

Certo, per non dilungarmi in eccesso e per non renderla sin troppo amara dovrei cercare una chiosa opportuna, una di quelle chiose da blog che ti prende a schiaffi come se non ci fosse un domani!
Oppure potrei, cogliendo il suggerimento di un’artista conosciuta di recente, tingere tutto di giallo e lasciare in sospeso il finale…

No. Ho deciso sarà un finale di immagini dipinte dall’animo di un VIP quantomeno emozionale che si immagina, adesso, di fronte alla macchinetta del caffè col suo Mentor delle decisioni difficili, un po’ più in sovrappeso di qualche annetto fa ma sempre sagace e risolutore, mettiamoci poi poche righe di messaggistica mai risposte (anche se promesse) ed infine con un bel sorriso chiudiamola con due scatti sereni: un messaggio natalizio che non aspettavi (e ti ha liberato di un grosso magone) e la scena di un uomo sufficientemente astuto dal prendere dal portabagagli borsa da lavoro e carica-batterie…

l’affidabilità nel…”giallo”

Perché nascondersi?

Forse perché il timore di veder svanire fra le mani la polvere di un cristallo fragilissimo ci suggerisce vie più impervie e ancor meno percorribili.
Si fugge quindi dalla verità.
Si gioca a nascondino coi propri sentimenti e desideri.
E si ritiene perfino che manomettere le parole ci aiuti a sopravvivere meglio.

Naaaaaaaaaaaaaaa.

Usciamo invece allo scoperto. Sinceri, affidabili e finalmente in pace con se stessi: sereni e forse anche felici o almeno con la speranza di esserlo magari un giorno.

Una riflessione che nasce stasera sulla via di un percorso di vita alla continua ricerca di quel quid nell’eterna partita fra il dentro e fuori, la mente e le emozioni. Partita che il covid ha sconquassato e ogni qual volta leggi fra le note un qualche sorriso, allora sì che ti torna la speranza che sia vicina l’anabasi.

Durante i miei blog sono tanti i pezzi musicali che fanno da colonna. Oggi però questa riflessione profonda è nata con un brano che ancora una volta mi fa chiedere ogni giorno cosa mi faccia sentire di Serie A. Un brano che forse alla fine non svelerò per tenerlo avvolto da quel fascinoso mistero dipinto di … giallo.

Giallo romanzesco, giallo romanzato, chissà. Un giallo che sia in ogni caso narrato da un’artista che con gli occhi mi ha sottratto alla terra ferma ed immerso nella dimensione che solo chi sa, conosce. Uno sguardo a due, occhi-negli-occhi, tanto intenso da non esser quasi sostenuto da entrambi. Uno sguardo che però da sogno fugace mi sta accompagnando adesso immerso nella mia solitaria stanza del myself nella reale dimensionalità espressiva di emozioni e sapori che sarebbe un peccato sacrilego non condividere…

Dante lo avrebbe scritto meglio di me, ovvio. Pur tuttavia, l’essenziale è avere una propria Beatrice a cui elargire, dritto-al-cuore, cotanta empatia:

I fronti di guerra sono lontani e l’aria sembra non esser più rarefatta. L’anima, in sospeso e quasi alla resa, era tuttavia ancora pienamente in partita col destino, un destino che si tinge (oggi) di…giallo, in bilico tra una vita precedente ed una nuova che sarà. Chissà…

Magari

Un avverbio che identifica una speranza ma spesso a sproposito nel comune parlare viene usato.

Una riflessione suscitata da chi ha le stimmate del “tanto-suola-e-tacco”. Una riflessione che ha il sapore della mia più intima essenza in giorni in cui il mio #alwaysON non mi sembra dar tregua.

Del resto come dicevo poco giorni fa è quasi ovvio quando si raggiunga la maggiore età…

Scorrono le parole e sale il mistero, ma chi mi conosce lo sa!
Maggiore età perché il 9 di Luglio ne ho festeggiati 18 dall’allora mia Laurea. Di quel giorno, felice, rimangono video e foto e soprattutto ricordi anche di chi non c’è più come mio zio Gianni. I ricordi sono un po’ una mia ossessione positiva. Mi crogiolo spesso in essi anche se sto diventando un uomo che sogna sempre più la sostanza delle cose e sempre meno la narrazione

Certo, trascurare la mia creatura ovverosia il blog sarebbe fin troppo sacrilego. E purtroppo l’ho fatto eccome negli ultimi tempi. Mille motivi. Un anno tostissimo non soltanto per la pandemia. Proprio di questi tempi un anno fa a margine di una cena in un posto che “amavo” e che evocava ricordi dolci, l’amara realtà sbattuta in faccia.

Forse perché come mi ha “accusato” di recente Colei che si rinnova nell’esser sempre se stessa sono un uomo #inaffidabile. Come a dirmi anche che mi sia capitato un qualcosa di bello fra le mani ed io abbia dimostrato un assente pollice verde con gli affari della vita.

Transeat.

Avrò modo anche con mezzi dell’era digital di fornirle la mia versione e farla capitolare alla sua reale. Per ora, meglio continuare a pettinare la lingua italiana lungo numeri e ricordi.

Numeri come l’11 che nel Luglio (7) 1982 ci fece gioire a squarciagola per il tricolore. E la storia che ha dei momenti inarrivabili ha voluto scriverne un’altra di pagina da urla, gioie e sorrisi (nemmeno troppo nascosti) in tale data, regalando alla mia e alle generazioni più giovani quel tassello di vittoria spesso sfiorata.

Campioni d’Europa grazie a tanti veri uomini liberi. Liberi dal cliché di dover interpretare nel quotidiano dei ruoli. E come me, MAGARI, desiderosi di esser uomini ricordati nella storia un po’ come quelli con il coraggio di parlare per chi non ha voce: farsi beffe del mondo e dei luoghi comuni, non usare nemmeno la parola e ricorrere solo a un gesto o all’estrema capacità di analizzare la vita con l’esperienza e la consapevolezza credo sia

l’apoteosi

la vera esultanza, il vero gol, la vera gioia

e da quel momento in poi, che ogni frase sia sopraffatta dall’emozione…MAGARI!

4 e 3, 16, 17 e la combriccola

16 giugno o 17 giugno?
43 o 4 – 3?
Attendiamo un attimo e proviamo a sviluppare…

Tra qualche centinaio di anni una nuova civilizzazione rovisterà fra i brandelli del passato alla ricerca di fatti e nomi di quel vecchio mondo: gli storici navigheranno fra artisti, politici ed anche sportivi. E non sempre sarà facile collocare il tutto con certezza.

Di sicuro però non potrà soccombere all’oblio un famoso 4 & 3: che sia quello della cosiddetta partita del siglo o l’appena trascorso mio genetliaco al momento non è dato sapersi.

A parte l’arrogante ed ardito accostamento, VOLUTAMENTE provocatorio, è la scusa migliore, nel mio stile canonico per dire GRAZIE a TUTTI. E tra le migliaia di auguri a cui ho finito di rispondere solo ieri vorrei proseguire in modalità gymkhana dribblando facili illusioni ed ossessioni:

io voglio una cosa e quella cosa arriva…

sì ma attenzione non sempre è così. Non voglio dire in modo pessimistico mai, ma la maggior parte delle situazioni e accadimenti può dipendere dal volere altrui e acquisirne consapevolezza è la vera anabasi!

Certo tale soluzione, in apparenza amara, non può totalmente funzionare senza un’opera minuziosa di riflessione contrita e di “surrogati” appaganti. Ad esempio, attorniarsi di interessi e persone pure che ti tengano vivo quali Andrea, Stefano, Bruno o la piccola grande combriccola degli chef. O ancora andare a rastrellare vittorie professionali con mantra del tipo

anche nelle vittorie si ricomincia sempre daccapo

https://luigigianturco.com/2017/05/18/i-vuoti-vanno-riempiti/

Che come si evince dall’autocitazione (che mi sia concessa, ndr) denota questo mio atteggiamento sempre in levare, attento a smitizzare. Poiché è ineluttabile che poi piedi-per-terra si tornerà in fila alla posta o al super e non ci si può dannare la vita per colpa di ciò che è esterno. Occorre invece esser trascinati dal desiderio di eccellenza nella scoperta mai doma della saggezza consapevole che tutto risolve e giammai appiattisce.

Insolazioni per le 1000 elucubrazioni? Forse…

Ma in fondo oggi oltre ad esser San Luigi è anche l’inizio dell’estate:

non siamo all’Azteca anche se in origine dovevamo essere al Jalisco di Guadalajara ma poi

la storia che ha dei momenti inarrivabili

https://luigigianturco.com/2015/12/26/la-storia-ha-dei-momenti-inarrivabili/

decise di strappare una pagina da quel racconto e riscriverlo a modo suo…

non siamo neppure nella neonatologia in cui nacqui

ma da entrambe le situazioni fuoriesce oggi un 4 e un 3 e con la numerologia alle calcagna cerco di giungere spedito a questo ennesimo finale thrilling. Un finale come una finale europea che Tutti nascostamente anelano in queste giornate da primi caldi all’ombra di chiringuiti. Un finale che abbia anche un po’ del sapore degli inizi con un

primo urlo liberatorio

come quello che fecero mio padre ed i suoi amici, protagonisti del mio romanzo in cantiere in quel lontano 1970

un secondo confermatorio

come quello che fece sempre mio papà ma assieme a mia mamma nel 1978

ed infine un terzo estatico

come quello che farò nel convincere chi ieri mi ha riferito di esser in bassa autostima, che anziché aggrapparsi ad illusioni dal “fare” balsamico, la ricetta è quella di provare ad abbassare di 3 o 4 (sempre loro i numeri fortunati odierni) gradi la temperatura del corpo e soprattutto della mente!

livello di profezia-Orwell

Manco davvero da tantissimo.
Forse perché sono stato ultimamente più riflessivo del solito e nella continua ricerca, che è il vero sale-motore dell’esistenza, ho deciso di aspettare.
Aspettare che i fronti di guerra fossero lontani e l’aria sembrasse non esser più cotanto rarefatta.

D’improvviso mi sono chiesto se non stessi diventando un uomo che sognava sempre più la sostanza delle cose e sempre meno la narrazione.

Troppe menzogne attorno. Troppe recite di una vita che se diventa solo palcoscenico inaridisce tutto. E allora meglio prendere le distanze da tante furberie, respirare, estraniarsi, ragionare per trarre il dado ed ottenere un livello di profezia-Orwell. Una profezia nota da tempo, benché sottaciuta alla propria anima. Un’anima in sospeso, quasi alla resa, ma tuttavia ancora pienamente in partita col Destino, in bilico tra una vita precedente ed una nuova che sarà. Chissà…

Basta dare credito a chi non lo merita. Stop ad eccessi di fiducia fini a se stessi. Game-over per chiunque, volutamente o velatamente provi a sfruttare tanta disponibilità. Poiché adesso è necessario esser onesti ed andare oltre, oltre questo corto circuito mediatico ed emotivo in cui le sere sono spesso troppo uguali. Ti dipingevano forte e forse lo eri sul serio; a ripensarci oggi come in passato mi si strappa un sorriso in grossa parte amarognolo e non più nascosto.

Raccontavo tempo fa in uno dei miei infiniti messaggi vocali (oggi anche Whattsup vi ha trovato rimedio velocizzandoli, nds) che specie in questi lunghi mesi di battaglia contro il covid, ascoltando “Arrival the birds” ed “Interstellar” fluivano le riflessioni su quel senso di solitudine interiore, in parte malinconico o forse anche triste. Attimi infiniti scanditi dai toni musicali in crescendo fino a sentirsi trascinati in una lotta improbabile contro l’aria, inconsistente, vuota, amara, roteando velocemente i pugni come un boxer: scaricando rabbie recondite e sempre più ingestibili. Cazzotti contro il vuoto in fondo, cazzotti contro quella maledetta incapacità di trattenere con sé in maniera duratura serenità e … felicità.

Ho volutamente anteposto la serenità poiché il vecchio saggio che è sempre più in me ha imparato ad amarla molto più che l’idea che abbiamo della felicità. Una sposa eterea, sfuggente e troppo episodica per esser considerabile importante. Così come non si può ritenere importante ricevere risposte già infinitamente note alla nostra esperienza cadendo nella trappola delle attese. Dipendere dalle scelte altrui è sport per temerari.

Non più mio.

Lo avevo già in parte appreso e digerito lustri di blog fa. Oggi però, si torna ad affermarlo con una nuova enfasi di consapevolezza che, con distacco, osserva da un balcone sul mare aperto il lontano riverbero di una luce accecante. Una luce che poteva far male se ti fossi affannato nella ricerca di una celebrità troppo distante per esser vera e troppo costruita per esser seria. Quella stessa luce adesso è divenuta docile e Tu l’hai resa mansueta ragionando sul fatto che Tu sai e sei Tu che ti allontani da chissà quali paturnie inquiline di chi spesso ti chiede supporto ed aiuto ma non vuole davvero che Tu vada ad abitare in mezzo ai propri sorrisi e svaghi…

Ok!

Mi sia concesso stavolta di non recitare allora.
In punta di piedi.
In disparte anche.
E a buon bisogno in modo in grossa parte criptico, ma non a tal punto dal non esser colto:

Eccomi!
Io so e sono anche un po’ stufo di nascondermi facendo il finto tonto. Franchezza e trasparenza mi appartengono e vogliono suggerire la strada, una strada con un ruolo chiaro e mai rinnegato che è giusto che anche altri sappiano, smettendo mille giochi ipocriti.

Come lo vogliamo chiamare?

Opterei per Eroe…

Già.
Eroe perché è qualcosa di più tangibile di una celebrità. L’eroe si distingue per i traguardi raggiunti; la celebrità dall’immagine. L’eroe ha creato se stesso; la celebrità è creata dai media e dalle apparenze. L’eroe è un grande uomo fiero del proprio modo di essere, la celebrità è un grande nome, ma nulla più.

puntini di sospensione

Riflettevo l’altra sera col tappetino musicale giusto…

“Arrival the birds”

colonna sonora delle serate “giuste”, quelle in cui è…giusto analizzare cosa non vada, dove andare, se cercare, perché affannarsi e quando decidere di tornare a rinchiudersi nel proprio piccolo castello dei sogni.
Ma attenzione anche alle porte del primo grande conflitto mondiale si parlava di “Castello dei Sogni”: me lo ha ricordato l’altra sera il mitico Andrew, mentre giocava con dei gatti per strada, super gaudente nonché ispiratissimo per l’ennesima figura pessima della Juventus.

Io, tuttavia, ho ormai da anni deciso di chiudermi in un castello diverso.
Un recinto che sappia proteggermi da tante pesanti situazioni.
Con un tetto in grado di trattenere nubi tetre smaniose di pianti depauperanti.
E se incombesse una rassegnazione cosmica, avrebbe in anticipo la carta risolutrice, sotto le sembianze del mantello della consapevolezza.

Certo, nel profondo del mio intimo so che trattasi di un equilibrio più folle che sopra la follia. Ma il trucco è saper stare alla larga da meditazioni troppo impegnate, mantenendo il proprio cervello vigile e pronto a reagire fuggendo allorché intuisca che si sia troppo vicini ad un vissuto sofferto fatto di passato e presente, presente e passato.

E il futuro?

Sapete (e state anche or ora vedendo, sentendo, ascoltando) la mia passione per la scrittura e pertanto le parole dovrebbero esser pane per i miei denti, nonché da me dominate a menadito. Ed allora? Quovadis?

Perché non esternare la sintesi declinata benissimo nel quotidiano della professione, anche nei propri sentimenti?

Amarezza. Solitudine di fondo. Tante ferite anche nel recentissimo passato. Porte chiuse in faccia di soppiatto senza troppi preavvisi o convenevoli. O peggio ancora con il chirurgico sadismo da vendetta alla Scerbanenco. Fardelli infiniti intenti a rincorrersi di notte e di giorno, di giorno e di notte…

Teorizzavo qualche tempo fa e condividevo con il mio angioletto custode l’opportunità di lanciarsi un po’ di più e togliersi una delle tante corazze pseudo-protettive di cui ci attorniamo nel fluire lento della vita. Una lentezza resa da un anno a questa parte ancor più amara dal non aver più a portata di mano quegli svaghi minimali ma essenziali.
Come incentivo al che la paura potesse bussare alla porta del coraggio e farsi aprire svanendo, si potevano scegliere vino (tanto), cibo (quanto fosse bastato) e chiacchiere filosofeggianti (poche…forse, ma estremamente buone e anti-mal di testa provate e riprovate).

Ma invece la realtà ci impone canovacci differenti ed ergo è giunto il tempo di tornare ad antichi schemi più affidabili benché di primo acchito molto meno appaganti. Schemi che mi fanno apparire forte più agli occhi degli altri che dei miei, magari. Pur tuttavia, credo che sia giunta l’ora, gambe in spalla, di ritornare a spolverare quel meraviglioso trucco di teatralità auto-persuadente che ha reso un mero artifizio nato soltanto per difesa all’indomani di mille disavventure e pentimenti, il vero protettore dei miei passi nel mondo. Quel mondo che col covid sembra essersi annientato e scomparso, quel mondo che correva troppo più di Noi e delle Nostre vite, quel mondo che tornerà a splendere spero il prima possibile senza alcun lock-down.

Anzi.
L’unico lock-down consentito sarà quello della mia trincea, ove rintanato fra limiti e timori del mio lato emotivo più profondo, riprenderò a fare il saggio in equilibrio fra mille antitesi semantiche semi-perfette, stando rigorosamente alla larga anche da quelle piccole e tentatrici divagazioni fugaci con le sembianze delle libere-uscite emozionali!

rigorosamente senza tacchi

Giorni fa mi hanno "sfidato" a cimentarmi in una poesia.
Un prosatore come me? Poesia? 
La poesia è come i sogni, che fai mentre dormi, ma io che sono abituato ad "allontanare" i sogni e vivere il quotidiano, sarò mai veramente in grado?
Beh...non resterebbe che provare:

Nell'ultimo anno l'emergenza è stata padrona,
rendendo ogni indole più o meno fifona.
Chi come me sembrava esser vicino a mete ambite
le vide di soppiatto dall'oggi a domani,
dopo giorni di triste solitudine, svanite…
e con le lacrime agli occhi e la fatica nella mani,
provava ad alleviare le tristezze degli altri
per non pensare alle proprie poche certezze:
tempi bui, malinconici e troppo scaltri,
giorni piatti fra mille schifezze,
ma mai abdicando a quel che appariva un opposto Destino
certo, sovente avrei fatto a quel meschino
domande, a 100 a 100, a pacchi…
fintanto che non mi fosse davanti capitata
la felicità nelle sembianze di una Fata
dagli occhi luccicanti ma rigorosamente senza tacchi…

Le avrei chiesto, il per come ed il perché
di una miriade di profondi interrogativi:
molti di essi sarebbero apparsi financo abrasivi…
usiamo la pentola e non il bollitore, perché?
Facciamo complimenti anziché tacere, perché?
Perché non la smettiamo di dire ca**ate
quando capiamo che non sia aria?
Rincorrendo pranzi, cene e portate
saremo a nostro modo dei pària
che aspettano la busta (o il treno)
giusto, per cambiare…
pertanto, il Tuo piede dal freno
togli e fatti invitare senza esitare!

Ce l'ho fatta, hai visto? Ed ora?
Dalla Pelle al Cuore come direbbe Antonello
o domani in ambulatorio (alla buon'ora)
senza rimuginare su questo e quello…

3 mesi di…rock-band cosmogonica con la grazia-sotto-pressione

In principio fu il covid alle porte della primavera, il successivo lockdown, mesi con il gelo dentro per l’assenza degli affetti più vicini (quanto meno sulla carta) per poi tuffarsi in un’estate in cui anziché fare i conti con la propria vita decisi per l’ennesima volta di girare la mia testa dall’altra parte.

Si giunse quindi all’autunno e venne il freddo: in anticipo sull’attesa tabella di marcia? Forse, anche se il freddo che temo di più è sempre quello che viene dal di dentro…

Freddo e di nuovo alle prese con il corona. Ma stavolta con una nuova opportunità alle porte: agire da primo attore nella gestione dell’emergenza! Fu così che approvai con estremo piacere la “chiamata alle armi” da parte del mio capo (prima) e di quello che lo sarebbe stato per i successivi 3 mesi (dopo).

3 mesi.

Tanto. Poco. Magari il giusto…per poter esternare quanto di bello e buono io abbia raccolto da cotale esperienza.

Motivi a volontà, dunque, per immergersi nell’epica del racconto. Un racconto fatto di storie, di uomini, donne, “esemplificazioni caricaturali” e molto altro ancora. Osservati e scrutinati da miliardi di sguardi sofferenti per giorni, ma globalmente capaci di sopportare tutto ciò con la forza di un team, molto ben diretto, che sapeva supportarsi per il comune obiettivo.

Certo qualcuno ha abdicato ed è fuggito ma poco importa allo sceneggiatore dalla penna ancora calda. Lui vuole dare palcoscenico a coloro i quali spesso sono stati definiti eroi, ma che io preferisco definire: veri uomini e vere donne.

Inizierò quindi col tratteggiare il profilo del regista, il primus inter pares per antonomasia, il Gianni Rivera della sua squadra: affabile, moderatore, colto. Così come altro gran Signore è un corrispettivo capo di altra branca: un pacato naturale che veste con estrema educazione i panni dell’omone di facciata. Potrei poi passare al duo concretezza, precisione e pragmatismo: consulenti sul campo, all’occorrenza anche per shopping, problemi sentimentali e massimi sistemi della vita. Altro focus lo dedicherei ad un trio-quartetto cerebralmente (di nome/di fatto) molto interessante: la filosofa, la lottatrice solo apparentemente alla Don Chisciotte, l’accomodante ed infine la ribelle del gruppo “intelligence del cervello”. Altro che CIA o FBI. Affabulanti invece certuni loro dirimpettai di piano per cui volterei subito pagina. Dove invece ci sarebbe da strappare una pagina dal book di questa storia, ciò sarebbe per celebrare uno dei primi miei mentor in reparto: icona di stile indiscussa nonché emblema dell’equilibrio fatto sostanza e della sostanza resa equilibrio. Qualche accenno andrebbe poi elargito verso gli “sprezzanti del pericolo” ma glisserei così come salterei a piè pari ogni commento su figure non strettamente incastonate nel team e pertanto n.g. come si suol dire sulle testate calcistiche che in fondo in fondo un po’ (anch’esse) m’appartengono. E per non dilungarmi davvero troppo (come mio stile ciarliero ahimè) sorvolerei su tante altre profilazioni giovani e/o più adulte che con sorrisi e odierni scambi culturali ho imparato ad apprezzare.

E rituffandomi invece nel mero racconto ricorderei tanti giorni in cui volevo che fossero quei numeri impietosi a crollare e non le mie energie.
Giornate pur tuttavia sempre affascinanti (a modo loro) per via di quel latente tocco tra l’assurdo e l’incredibile, con un sottofondo musicale che ci appariva quale una storia che si stesse facendo beffe di Noi. Di quella rock-band cosmogonica in cui poter ciascuno sviluppare lunghissime e larghissime vedute. Envisioning continuativa. Ispirazioni (per fini migliorativi) stile settimane-Kaizen

Un’atmosfera fra avventura e scompiglio in cui tante volte mentre mi dirigevo verso l’aula dipartimentale a radunare le idee drenavo energie da un percepito che mi stava via via piacendo sempre più. Mi sembrava di vivere il flash-back di una vita professionale ideale in stile super-mega campus americano. Ripercorrevo quindi a ritroso tante scene di film, fiction o frasi di libri che avevano affrescato le tinte nobili di una professione molto regale che, anche per via di chi di noi si era negli anni troppo presto arreso, aveva perso molto del suo abbrivio secolare.

Tre mesi. Lunghi o corti che siano, spesso mi hanno fatto riflettere su tutte quelle volte che, più o meno nel recente passato, mi sentissi anche un “grandissimo attore” benché troppo sovente col casting sbagliato.
Mi sentivo una sorta di personaggio alla Dino Buzzati, che provava ad esser distaccato ma difficilmente permaneva in una minima parvenza di obiettività.
Quel team ti ha davvero “piaciato” avrebbe detto con espressione molto teatrale, un mio conterraneo del secolo scorso.

Eh già…

Finalmente mi sentivo apprezzato appieno! Senza critiche inutili né idee e/o brutti e (forse) fuorvianti retro-pensieri di esser messo volutamente in disparte, in fondo alla lista di chi potesse e/o cosa potesse scegliere. Senza insomma alcuna concezione negativa.
Ed allora, ammesso e decisamente concesso, ero mosso da pulsioni sempre più incerimoniosamente “a-celebrative” di certuni habitat di provenienza. 
La proto-tassidermia ossequiosa di schemi troppo distanti dalla mia filosofia si palesava ancor più satiricamente ai miei occhi.

Ma dovevo godermela con parsimonia. Poiché sarei prima o poi tornato ad una realtà differente. Certo ci sarei tornato ed anzi vi dico con certezza oggi, che ci tornerò con la seguente maturata visione: 

Il tempo è più saggio di noi. Dentro esso c’è la storia e dentro la storia le vicende degli esseri umani che hanno spesso un’imprevedibilità nonché incompatibilità con altre. Ma anche quando nascono quasi per caso, finiscono per incidere molto profondamente.

Tutto ciò accade perché come scrissi tempo fa sul blog: la storia ha dei momenti inarrivabili. Ogni storia. E celebrare come stasera, quelle senza eguali e con in mano le chiavi della porta del tempo, sono un vivido atto liberatorio senza pari!

Last but not least. Lo story-teller della presente pagina avrebbe ancora la mano molto ispirata e magari potrebbe sull’increspatura del mare dipingere un ultimo tramonto meraviglioso (almeno per ora) che a buon bisogno sarebbe evocativo della

grazia sotto pressione

la caratteristica che tanti dei miei nuovi amici, in simbiosi col Gianni Rivera, mi hanno letteralmente inoculato minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno…
Facendomi capire che da un mood in cui la felicità era appaltata alle circostanze dovessi transitare in una visione completamente nuova, appaltando il tutto al mio angelo custode che vedendo e provvedendo, in quel ruvido contesto con le serate in solitudine, mi ripeteva che stessi facendo la cosa giusta e di tanto in tanto mi regalava sorrisi nascosti…