sofrologia

abbracciare il futuro senza tradire il passato

Quovadis?

Per una volta il mio canonico tormentone apre la riflessione di giornata. O per meglio dire degli ultimi giorni.
Giorni aperti da un evento assimilabile allo sventolio del drappo rosso sul muso di un toro. Giorni che stanno scandendo una miriade di fotocopie sbiadite degli antichi originali splendenti.

In campo un ostaggio di un ostentare osteggiato avverso ormai alla sua fisionomia originaria contro il quale avrei potuto, ma non ho voluto, sfoggiare un’estraneità al limite del disprezzo ed invece ho scelto la via di un aggregato dinamico di inquieta ed irregolare energia.

Perché il silenzio è complice!

Certo, sento aleggiare tutta su di me l’inadeguatezza al ruolo di risolutore poiché il bandolo della matassa sembra mi stia legando in un angolo; pur tuttavia mi potrebbe permettere di recuperare il filo e le fila fornendo attraverso la riflessione presente una prima (benché incerta) forma al precedente quieto vivere.

Ed analizziamolo questo passato ma lasciamolo co-protagonista col presente nella speranza che si ravveda il futuro. Un futuro che non può esser visto quale se fosse un trapassato. Chi sta trapassando sono le nostre anime ferite fin nella loro fisicità e richiedenti pertanto, adesso, la parsimonia ai decibel che frastuonano.

Il mio desiderio principale è che vi sia la giusta continuità anche nella discontinuità perché lo richiede la natura. Come può infatti un individuo abituato ad un mondo felpato, garbato, sussurrato distaccarsi totalmente con una presunzione quasi d’onnipotenza al punto da sfociare nell’irrilevanza del contesto?
Si tratta di un infantilismo ex-abrupto delle idee o cosa?
Purtroppo questa fatica nel tollerare i ragionamenti mi sta dilaniando nel fisico e come poco fa sottolineavo sfiorando il tema: l’intimità fisica può non avere “effetti collaterali” sull’animo?
Tutte ed infinite domande retoriche chiuse e sintetiche. Ma come dice il mio amico Andrea non bisogna mai cadere nel facile tranello di serrare idee complesse in formule troppo sincopate: il rischio (ed anzi la certezza) è lo stravolgimento assoluto.

Ed allora proseguendo nell’analisi che mi ha portato in alcuni momenti a preferire degli individui monodimensionali e dalla vita piatta a coloro i quali sono dotati di sfaccettature si potrebbe affermare che la spiegazione migliore allo stallo attuale sia da ricercare nell’odierna società. Un format a volte liquido a volte molecolare ma che comunque vive nell’orizzontalità di decisioni reputate verticali quantunque non salgano mai di gamma. Palese è quindi il peso dell’indecisione negli eccessi sciorinati a volte solo per una vacua curiosità inconscia. Un inconscio che diniega la propria “responsabilità storica” e si lancia nel fumo di fatue battaglie esistenziali e d’opinione, con ahimè l’arrosto del decisionismo che si brucia e ci brucia…

Si fosse anticonformisti di sangue ancor prima che di indole pure pure ma qui si notano solo i tratti incerti e le pennellate scure della paura. Un terrore cosmico di perdere le proprie catene attuali che per quanto miserabili ci rendono si schiavi ma ci appaiono come l’unica entità concreta a nostra disposizione.

Ecco dunque che nel pieno di questa maratona esistenziale io possa unicamente suggerire l’obbligo di farsi rapire da quelle personalità in grado di condurre un bricolage strategico nel nostro esser solitari tra passato, presentismo asfittico e futuro: la solitudine infatti può esser anche dei numeri secondi, i quali tornando alla loro precipua sobrietà non scoppiettante possano di nuovo abbracciare il futuro senza tradire il passato!

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