L’enigmaticità al servizio del mio pensiero: un gioco di emozioni dolcemente cortocircuitanti

L’enigmaticità al servizio del mio pensiero o se preferite, in versione guelfa piuttosto che ghibellina, il pensiero rischiosamente succube degli archibugi enigmatici che dalle sinapsi partono e ad esse vorticosamente tornano quasi in un gioco di emozioni dolcemente cortocircuitanti.

È questa la riflessione di questi giorni al margine di succulente cene con illustri amici reali e/o virtuali; è questa la tematica che affronterò nell’odierno stream of consciousness dopo giorni di silenzio in parte forzato ma forse altrettanto percentualmente (se non più) voluto.

Una riflessione nata in realtà sabato mentre mi trovavo in uno degli incantevoli scenari che solo l’Italia sa offrirti, a margine di un caffè pressoché imperiale ma non imperialista, un caffè molto democratico che in punta di piedi ha chiesto permesso per farsi largo tra grigi misteri ed altrettante diffuse certezze. Il trade-union tra le ossimoriche, or ora citate ,realtà protagoniste sta nel senso misterioso della vita di recente da me celebrato sempre sulle pagine del mio amato blog (amato da me…nds, per gli eventuali fugaci/timidi detrattori).

Ma allora vi starete chiedendo, a chi va il primo consueto omaggio di giornata? The winner is Carrara anche se per onestà sarebbe da specificare Marina, prima…in ogni caso è dalla Toscana che sono nate le idee che oggi questa pagina bianca sta accogliendo. Idee che fanno parte di me da tempo, magari, ma col tempo si sono cementate e rafforzate ed hanno dato vita ad una martellante opera di radicamento quasi cultural – spirituale. Ed allora, il crogiolarsi al sole con alle spalle la facciata di un duomo ti sembra oro sopraffino, il respirare un’aria salmastra ancestralmente custodita ti fa di colpo risvegliare sensi e desideri, il rivivere attimi eternamente scolpiti dentro te, ti dona la chiave di volta di mille giornate insulse.

L’essenza risolutiva sta nel guardare oltre la punta del naso, forse, o fors’anco in ciò che sto per provare ad esplicarvi, armato del mio martelletto e scalpello emozionale

Ecco che dunque seduto su di una panchina in quella piazza pullulante di gente, ricordi ed emozioni giunge l’assioma tanto cercato da giorni, il corollario che va oltre lo steccato e risale la china con la forza di centinaia di nodi, slegando in un battibaleno lacci e lacciuoli che attanagliavano il proprio e (forse soprattutto) l’altrui pensiero.

Le paure sono esseri “benevoli” nella misura in cui i permettono di catalizzare attenzioni, forze e sforzi al fine di superarle: che poi siano vinte o semplicemente governate mediante laboriosi processi di introiettamento poco ce ne cale. Ciò che invece deve spaventarci è la calma prima della tempesta o per meglio definire tale archibugio la quiete indomita del vulcano: pronto ad esplodere e far male con la sua forza che viene dal profondo più interno, che più distante e più intimo non si può. È lì che le nostre truppe di difesa nulla possono, è contro tali mali autogeneratisi che le nostre cellule nervose (e non solo) non sanno quali pesci prendere o se preferite, in una lettura più ascetica, a quali santi votarsi. Sono questi i mostri insormontabili, quanto meno all’apparenza del futile espresso, ma la nostra abilità dovrà collocarsi nella dimensione dell’inespresso e non focalizzandosi sulle prime, ovvie e scontate apparenze, dovrà perseguire e perseverare nel combattimento sulle vie del pandemonio, le uniche in grado di condurci all’appagamento millesimale (e non minimale) dei nostri più desiati sogni.

Un caro saluto a Tutti Voi Cari Amici!

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