post-it mentali

Mi capita sovente di commissionare alla mia mente la creazione di sentieri d’uscita dalle paludi del contrariato. Tale compito il più delle volte, edulcorato dalle menti eccelse che mi attorniano, si sostanzia innanzitutto nei flussi di coscienza del blog.
Ma era davvero molto tempo che non mi si vedeva. Andrew ha anche “osato” dire in tono scherzoso: “Per fortuna…”

Il motivo?

Più d’uno direi. Ma soprattutto la ferma idea che per non soccombere all’attuale olocausto dei ragionamenti dovessi tirare un lungo respiro e rintanarmi in un silenzio ragionato fin tanto che non giungesse quella scintilla motivazionale capace di riaccendermi con nuova linfa ed enfasi emotiva.

Del resto, sul silenzio (anche nelle pieghe del blog) avevo già dissertato. Ed era avvenuto senza successo e con abiure veloci. Dovevo quindi alzare l’asticella per non continuare a limitarmi a “filastrocche” retoriche da patente-e-libretto.

E laddove la mia voce sia la mia unica e vera arma di distruzione di massa, dovevo per forza di cose ripartire da lì ma mi occorreva il ghepardo comunicativo giusto che scandisse i tempi con un’affinità molto più simile a quella delle masse che al mio solo interiore alter-ego

Angolo d’abbrivio che il recente weekend scorso ha saputo imprimermi e che io ho sedimentato in questi giorni, vezzeggiando i momenti più intensi ed iconici, in modo da creare la giusta alchimia.

Ed ecco che un pranzo all’aperto al sole sia stata la nota in levare che ha battuto tutto e tutti come ouverture, essendo la calamita per il cuore che mi sottraeva a “calamità” politico-sociali che stavo percependo da troppi giorni oramai. Ed allora lo spazio ai volti ed ai sorrisi delle generazioni a confronto, rispolverando affettuosi ricordi del mio, nonché dal mio, proscenio intellettuale.
Un puzzle antico in rivisitazione moderna che mi ha fatto riflettere e non poco fornendomi spunti a iosa ed insegnamenti a garganella.

Nei gesti della mamma ecco allora la lezione circa la personalità declinata nella forma:

“averne una forte equivale a non aver la presunzione di averne una, ovverosia mai dipingersi in un modo e rimanere schiavi di quel vestito, personaggio, etc.”

Oppure scorgendo il senso delle poche parole della nonna comprendere i tanti e grandi precetti:

“poiché l’oggi va si interpretato anche alla luce del passato, ma purché ciò non si concretizzi in una lotta sterile fra passato e presente tale da generare un’alternanza senza alternative annichilente e svilente.”

Va da sé che giunga la successiva tappa, sorseggiando una coca al tiepido sole, mentre negli occhi degli zii tu provi a scorgere significati ulteriori. Ed è proprio lì, nel silenzio verace dei colori tenui di quell’iride che intravedi un altro piccolo (ma grande) messaggio:

“A prima vista sembrerebbe più facile intercettare la rabbia fugace, piuttosto che consegnare alla posterità in modo duraturo contenuti più articolati. Questo è vero in politica, nel calcio e così via discorrendo. Ma Tu di questo spaccato di uomini non ne vuoi far parte nemmeno passivamente poiché come ti già era parso nell’analisi dei sentimenti del padre, hai gli strumenti intellettuali per contemplare l’incontemplabile.”

Ed il fatto che si possa esser gioco-forza, per eventi strambi e mai totalmente capiti né comprensibili, piuttosto discontinui nell’umore non intacca la grana del Tuo essere che impedisce che la Tua sia solo una vita in chiaro-scuro…

Ed invece: solo gesti potenti ed il carisma della verità mediato da grandi mani bizantine che guidano da 24 anni il cammino di una Figlia che Tu solo di recente hai avuto in “dote” dalla Dea Bendata.

Di scontri generazionali, riti (in)civili, rivoluzioni culturali, libertà di parola o disparità sociale ne hanno viste le zie e gli zii ed oggi, esausti (in parte) ma non vinti, preferiscono esser prospicienti al silenzio ragionato di cui vi parlavo all’inizio, in una circolarità delle stagioni di vita che è sale per chi (come me, nds) anela la crescita continua.

Ed è con questa immagine che mi avvio al quovadis conclusivo odierno. Un finale che dà il giusto spazio anche alla “zia creativa” che ha vinto in tal modo l’assordante rumore del nulla ed usando lo sguardo come una frusta dissemina il sentiero di perle per pochi eletti quali, nel suo disio, sono i suoi figlioli ovviamente.

Ma ora chiudo i miei di occhi, poiché voglio cristallizzare questo caldo pomeriggio bolognese  nei miei ricordi e nel mio sapere. Tante frasi potentissime anche solo a sussurrale, tante fotografie vivaci, tanti post-it mentali che da qui in avanti mi crogioleranno nel loro esser caldi, anzi bollenti se solo (ri)-penso alla qualità prim’anco che alla quantità degli insegnamenti drenati!

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