sofrologia

i confini sono sfumati quando si parla di potere

Di ritorno dal Messico, in aereo, tra insonnia e stanchezza, ho iniziato uno dei miei peculiari flussi di coscienza. Ripensavo a quel paesaggio assopito nella sua povertà dignitosa e mi è venuto in mente il titolo che vedete campeggiare in cima alla pagina: “i confini sono sfumati quando si parla di potere”.

Proverò ora a sviscerare che cosa io voglia intendere con tale asserzione, sperando di sortire se non convinzione, mistero: lo so, sembra un ossimoro contraddittorio, ma invece, siamo di fronte a figli della stessa madre seppur con padri assortiti da rintracciarsi.

Proseguite dunque nella lettura e lasciatevi sedurre dall’ennesimo ragionamento con un modo tutto suo di pensarsi e ripensarsi, ma fidatevi come fanno i bimbi quando posizionano in un cassetto della loro testa ciò di cui oggi non hanno mezzi di comprensione.

Torniamo quindi a bizantineggiare nell’esplorazione a nastro di incongruenze varie e loro precipuo cinismo in una rappresentazione scenica in cui il protagonista sia per metà pirata e altro 50% signore.

Ah già, concedetemi un’altra piccola parentesi esplicativa (forse) per far sì che una considerazione bella ed apparentemente forte non si sfaldi in un’insospettabile fragilità ancestrale tipica delle piccole pargole di Gutenberg.

In ogni caso, è pur vero che le parole determinino conseguenze molto meno di quanto i silenzi sappiano esser eloquenti e quindi non c’è da nulla da temere. E laddove non fossi tradotto transeat: l’essenziale non è nella comprensione ma nell’esser da Voi accolto.

Leggi di vita, come quella che vuole spesso (osar dire sempre sarebbe magari davvero troppo, nds) gli alunni scolasticamente annaspanti i migliori talenti del futuro quantunque problematici.

Ma occorre chiudere ed andare al quovadis odierno poiché la poesia non è di chi scrive ma di coloro a cui serve!

Ecco dunque che lo scatto pre-finale sarà la celebrazione sofrologica di un’anatomia di due istanti all’apparenza agli antipodi, in cui amici e nemici tendono ormai ad equivalersi, così come si sfumano nei contorni della fotografia, asprezze e dissapori, divergenze e dissensi inconciliabili, potere e soggezione…

E a chi mi citerà deduzioni maledicenti hobbesiane in cui il dado viene tratto in un negativismo nichilista, ancorché razionale, tapperò la bocca con un’anatema sorridente, sardonico e sagace proprio di quella fetta di poeti che non muoiono mai, quelli che si assentano, tutt’al più, per recitare a memoria il loro mantra vincente, che sarà anche il nostro: affidiamoci ad una libertà che non genera caos, ma soltanto ordine e avventura!

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